A meno di tre mesi dall’apertura della stagione estiva, i turisti sulla Costa Azzurra, attratti dalle acque limpide e dalle spiagge ordinate, hanno ricevuto un’improvvisa doccia fredda. “Attenzione: A Nizza c’è il rischio tsunami…”.
L’avviso, emesso a metà marzo dall’Unesco Intergovernmental Oceanographic Commission, specificava che si tratta di una probabilità statistica nell’arco dei prossimi 30 anni. Ma tanto è bastato per riportare alla memoria l’onda anomala dell’ottobre 1979, che causò otto vittime e danni lungo le coste di Antibes, Cannes e Nizza.
Quell’evento, in realtà, fu causato da una frana sottomarina dovuta al cedimento dei fondali durante l’ampliamento dell’aeroporto di Nizza, e non da un fenomeno naturale. L’Unesco, invece, si riferisce a eventi naturali per i quali classifica le comunità costiere dell’alto Mediterraneo francese come parte di un’area ad alta probabilità di essere colpita da onde anomale nei prossimi decenni.
Con l’allarme, l’Unesco-IOC ha rivolto un invito esplicito agli organi amministrativi della costa francese: mappe di evacuazione, rifugi sicuri, segnaletica pubblica, centri d’emergenza e sistemi di allerta tsunami. In sostanza, se il rischio non è immediato, è meglio prepararsi.
Contro le inondazioni: la chiave italiana per gestire il mare
In Europa, e in particolare in Italia, la protezione delle coste passa attraverso l’ingegneria e le grandi infrastrutture, alcune delle quali pensate e sviluppate in maniera tanto innovativa da sembrare impossibili da mettere in pratica.
Il MOSE di Venezia, per esempio, rappresenta uno dei più avanzati sistemi di difesa contro la forza del mare. Dal suo primo sollevamento operativo il 3 ottobre 2020, è entrato in funzione oltre 150 volte, di cui 39 volte solo nella stagione 2025-2026, salvando dall’alta marea la città, le sue calli, il suo patrimonio storico e artistico.
Quando la marea supera i 110 cm, il MOSE si alza come un gigante a difesa della laguna veneta, con le sue 78 paratoie gialle in acciaio incernierate al fondale, lunghe fino a 30 metri e pesanti fino a 350 tonnellate ciascuna.
Le paratoie, infatti, vengono svuotate d’acqua e riempite d’aria compressa. In questo modo, alleggerite, ruotano e si sollevano, creando una barriera che chiude le bocche del porto e separa la laguna dal mare.
Nel Porto di Genova si sta costruendo un’altra importante chiave per gestire la coabitazione tra mare e comunità costiere. Stiamo parlando della Nuova Diga Foranea, un’infrastruttura critica che ridefinirà la geografia dell’acqua attorno alla città ligure: proteggerà il porto dalle mareggiate più violente e offrirà spazi di manovra sicuri per le grandi rotte internazionali e navi di nuova generazione lunghe fino a 400 metri, rendendo il Porto di Genova un hub logistico strategico per il trasporto marittimo nel Mediterraneo.
La diga avanza con la posa avvenuta ad aprile del diciannovesimo cassone, 40 metri di lunghezza, 28 di larghezza e 18,70 di altezza. In parallelo, è stata avviata la produzione dei massi guardiani, blocchi prefabbricati in calcestruzzo armato progettati per proteggere la base della struttura.
Questi elementi, che misurano ognuno 2,5 metri di larghezza per 5 metri di lunghezza, con altezza fino a 2,5 metri, avranno il compito di assorbire la pressione del moto ondoso, garantendo stabilità e resistenza alla diga contro le sollecitazioni marine.
Uragani ed erosione costiera: la risposta degli Usa
Dal Mediterraneo, con l’allerta tsunami per la Costa Azzurra e i nuovi sistemi di protezione nelle città portuali italiane, agli Stati Uniti il passo è più breve di quanto lasci immaginare la geografia. L’attenzione, anche lì, si concentra sulle infrastrutture a difesa del territorio, dove le coste sono sottoposte a uragani e a una forma progressiva di erosione e all’innalzamento del livello del mare.
Secondo la National Oceanic and Atmospheric Administration, il livello medio del mare lungo le coste statunitensi è aumentato di circa 20-25 cm dal 1920, con un’accelerazione significativa negli ultimi decenni. Entro il 2050 si prevede un ulteriore aumento medio di 25-30 cm, con conseguenze dirette su inondazioni, erosione costiera e storm surge.
In Stati come la Florida o lungo il Golfo, il rischio non è legato a eventi eccezionali isolati, ma a una pressione continua: maree più alte, tempeste più intense, sistemi urbani costruiti in prossimità dell’acqua. Secondo la Federal Emergency Management Agency, le inondazioni costiere rappresentano già oggi uno dei principali fattori di rischio economico per le infrastrutture americane, con danni annuali stimati in decine di miliardi di dollari.
Florida: la resilienza delle infrastrutture per le basi militari
Un approccio altrettanto innovativo si ritrova anche nel progetto di ricostruzione della Tyndall Air Force Base, in Florida. Dopo la devastazione causata dall’Uragano Michael, Lane Construction ha ripensato la base secondo criteri avanzati di resilienza: edifici progettati per resistere a venti estremi, sistemi elevati per ridurre il rischio di allagamento, infrastrutture critiche distribuite per evitare punti di vulnerabilità.
In questo caso, le infrastrutture non sono più viste come opere statiche, ma sistemi dinamici progettati per interagire con un ambiente in trasformazione. Dalle onde improvvise che possono colpire le coste del Mediterraneo alle acque che avanzano progressivamente lungo quelle americane, il cambiamento climatico non si manifesta in modo uniforme, ed è per questo che richiede una risposta coerente: investire in infrastrutture capaci di integrare rischio, adattamento e una visione di lungo termine.