Gli Stati Uniti hanno giurisdizione su 3,4 milioni di miglia quadrate di oceano, pari a una superficie “blu” di circa 8,8 milioni di chilometri quadrati. Questo vasto dominio marino, pari alla superficie terrestre combinata dei 50 Stati, non è solo un teatro naturale e ambientale, ma una componente infrastrutturale critica per trasporti ed energia, commercio, turismo e pesca, catene distributive e sicurezza nazionale, con implicazioni dirette sulla vita economica e sociale del Paese.
Queste dimensioni, tracciate dal National Research Council nello studio Critical Infrastructure for Ocean Research and Societal Needs in 2030, pubblicato nel lontano 2011 ma tornato d’attualità di recente, indicano sempre più la necessità di un piano strategico per passare dalla mappatura all’azione, investendo in infrastrutture sostenibili che possano assicurare una maggiore resilienza costiera.
Dopo gli uragani del 2024: le ricerche sull’aumento del livello del mare e sulle paratie
A 15 anni da quello studio, la fotografia registra solo interventi specifici e con limitate risorse a disposizione, ma la macchina si è messa in movimento soprattutto dopo la tremenda stagione degli uragani del 2024.
Si tratta finora di piccoli passi, come quello annunciato a inizio dicembre 2025 dalla National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), con 2,9 milioni di dollari per progetti di ricerca sulla gestione delle zone costiere minacciate dall’innalzamento del livello del mare.
A questo investimento si aggiungono singoli importanti progetti locali che registrano scatti in avanti, come il Norfolk Coastal Storm Risk Management avviato dieci anni fa dalla città della Virginia, sede della più grande base navale del mondo. La Planning Commission della città ha appena approvato, infatti, l’avvio della fase esecutiva del floodwall, un piano articolato da 2,6 miliardi che prevede la costruzione di muri di contenimento e paratie antiallagamento.
Le paratie antiallagamento proteggono la Florida dall’acqua
Nel complesso, i programmi costieri in attesa di via libera o in fase di lancio riguardano la protezione di aree residenziali e strade litoranee, e il rafforzamento delle difese portuali.
In Florida, per esempio, si punta molto sui cosiddetti bulkhead upgrades, le paratie costiere rinforzate che delimitano porti, waterfront urbani, canali navigabili e infrastrutture di servizio. In questo ambito, nel 2025 PortMiami ha ottenuto dallo Stato una ventina di milioni per il Berth 10 Resiliency Project, un progetto che punta proprio sulla protezione delle aree più esposte al mare.
Per chi si occupa di costruire infrastrutture, il “fronte blu” implica un salto di scala: dalla competenza nella realizzazione di singole opere alla capacità di orchestrare sistemi complessi dove terra e mare si incontrano. Non basta conoscere come usare calcestruzzo e acciaio: oggi servono competenze geotecniche marine, pianificazione logistica in ambito costiero, gestione dei rischi climatici e operativi, approccio integrato tra infrastrutture visibili e invisibili.
Conseguenze del cambiamento climatico: le infrastrutture abbracciano la sostenibilità ambientale
Proprio di fronte ai rischi crescenti dovuti ai cambiamenti climatici, le infrastrutture acquisiscono un ruolo sempre più strategico, tanto per proteggere le comunità, quanto per sfruttare in modo sostenibile una risorsa naturale preziosa come l’acqua.
È questa la sfida che chiama in causa l’esperienza di gruppi con una lunga storia nella realizzazione di opere marittime e costiere. In Italia, ad esempio, Webuild sta lavorando alla Nuova Diga Foranea di Genova, una delle dighe foranee più profonde del mondo dove i cassoni di calcestruzzo sono realizzati in mare aperto e posati in condizioni ambientali molto aggressive, integrando soluzioni ingegneristiche avanzate di durabilità e resilienza in ambiente marino.
A livello globale, progetti realizzati da Webuild come l’espansione del Canale di Panama testimoniano come la gestione delle grandi vie d’acqua richieda infrastrutture complesse, affidabili e con performance superiori rispetto a quelle del progetto originario. E dove il mare incontra il bisogno di acqua potabile, gli impianti di dissalazione – come quelli realizzati dalla controllata Fisia Italimpianti in Arabia Saudita, Emirati e Oman – mostrano come i sistemi costieri possano trasformare una sfida naturale in un’opera strategica per le comunità.
Senza dimenticare che la resilienza “blu” si estende spesso oltre la linea di costa, attraverso fiumi e reti idriche, dove eventi estremi e l’aumento del livello del mare mettono sotto pressione infrastrutture storiche, com’è successo a Washington D.C., a causa delle piogge torrenziali. La città, grazie al progetto Clean Rivers/Clear Water, che ha visto protagonista la Lane Construction (Gruppo Webuild) per la parte del progetto che ha interessato il fiume Anacostia (Anacostia River Tunnel), ha saputo dotarsi di una delle più grandi infrastrutture di ammodernamento dei sistemi fognari e di gestione delle acque reflue mai realizzate negli Stati Uniti.