Per molti decenni le infrastrutture sono state raccontate come una prova di forza: un’idea di progresso che si imprime nel paesaggio e lo cambia per sempre. Ponti, strade, ferrovie, gallerie, dighe, viadotti: opere civili che hanno ridisegnato mappe e abitudini, trasformando la distanza in tempo, il confine in attraversamento, la natura in sistema.
Eppure, oggi, la parola stessa “infrastruttura” non è più solo una categoria tecnica, ma sta diventando una lente culturale, uno specchio attraverso cui leggere il modo in cui viviamo e ci muoviamo, ma anche il modo in cui ricordiamo, conserviamo, tramandiamo.
È la traiettoria raccontata da Jeffrey Schnapp, fondatore e direttore del MetaLab della Harvard University, nel suo intervento pubblicato nel volume Evolutio. Building the future for the last 120 years, il libro edito da Rizzoli e promosso da Webuild che racconta in che modo le grandi opere realizzate dal Gruppo in oltre cento anni di storia hanno contribuito allo sviluppo economico, sociale e culturale.
All’interno del libro, Jeffrey Schnapp racconta il valore strategico del costruire infrastrutture partendo dal termine “infrastruttura”. Un termine giovane, figlio dell’industrializzazione, che ha fatto il suo ingresso nel lessico italiano tardi, quasi in punta di piedi, e proprio per questo è rivelatore.
«Il vocabolo – scrive Schnapp – fa il suo ingresso tardivo nella lingua italiana: secondo la maggior parte delle fonti, appare per la prima volta nel 1947 in un numero della Rivista militare italiana».
Ma è nel secondo Novecento che l’infrastruttura smette di essere soltanto un basamento, una struttura invisibile sotto il visibile, e diventa un’idea di società, ciò che permette alle persone di essere un Paese.
Infrastruttura: il prefisso “infra” e la parte nascosta della modernità
All’interno del suo intervento, Schnapp ricostruisce un passaggio cruciale: le prime infrastrutture moderne erano spesso invisibili per definizione. Sistemi idrici, acquedotti, gasdotti, fognature, reticoli urbani nascosti, “fuori dalla vista dei cittadini”. Ma accanto a queste opere di servizio, l’Italia ha anche conosciuto infrastrutture che erano l’esatto opposto, ovvero spettacoli d’ingegneria.
In quelle realizzazioni, la tecnica diventava racconto nazionale e il paesaggio non era solo attraversato, ma veniva reinterpretato. È qui che Schnapp colloca una domanda potente: cosa c’era prima della parola “infrastruttura”, nel contesto italiano? E la risposta è un elenco che è già narrazione: dal traforo ferroviario del Fréjus, «il più lungo del mondo all’epoca», alla modernizzazione dei porti, fino alle grandi reti ferroviarie e alle politiche di bonifica.
In quel tempo, l’idea dominante era un’altra: “opere di base”, “opere pubbliche”, una definizione che raccontava un Paese in costruzione, e insieme una promessa collettiva: ciò che si realizza non è solo per chi lo usa oggi, ma per chi lo eredita domani.
L’Autostrada del Sole (A1): l’infrastruttura come manifesto
Se c’è un’opera che più di ogni altra ha funzionato da ponte tra immaginario e realtà, quell’opera è l’Autostrada del Sole, l’infrastruttura che finisce per incarnare un momento preciso della storia italiana: il miracolo economico, l’idea di un Paese che accelera.
Il racconto che Schnapp fa dell’Autostrada A1 è densissimo di dettagli e di simboli: iniziata nel 1956, completata nel 1964, «sotto forma di un nastro continuo di 755 chilometri», capace di correre su «oltre quattrocento ponti e decine di gallerie», unendo Milano e Napoli. Ma soprattutto: un’opera che nasce come sistema industriale e culturale, sostenuta da un’alleanza tra grandi imprese e istituzioni.
Non un semplice progetto di una strada, ma «al contempo vetrina e manifesto». Un’opera pubblica che metteva in mostra tecniche nuove, archi monumentali, strutture in calcestruzzo e luci fino a 160 metri. E che persino prima dell’inaugurazione entrava in un circuito internazionale dell’immaginario, con disegni e modelli esposti al MoMA di New York nel 1964.
Da ponti e progetti stradali alle reti di dati: il salto di un’epoca
Con il passare dei decenni, l’infrastruttura smette di essere soltanto un corpo fisico e diventa una rete che attraversa l’aria, i gesti, persino la vita biologica degli individui.
«L’evoluzione delle opere umane – spiega Schnapp – segna il passaggio da ponti e autostrade alle reti di dati», indicando così il cambiamento profondo della nostra epoca: oggi l’infrastruttura più trasformativa non è necessariamente quella che vediamo, ma quella che non vediamo più.
È il destino delle telecomunicazioni: un tempo pali e cavi, oggi sistemi miniaturizzati, virtualizzati, sempre presenti e sempre meno percepibili. Schnapp descrive questo slittamento con una formula quasi poetica: le autostrade d’asfalto, “troppo visibili”, si sono trasformate nelle «invisibili autostrade dell’informazione di oggi», un cambiamento che non riguarda solo la tecnologia, ma anche la mente.
Le reti digitali alterano il modo in cui lavoriamo e ci muoviamo, certo, ma anche la nostra interazione sociale e culturale, così come il ritmo cognitivo dei gesti quotidiani. La modernità, quindi, non è più solo nei cantieri, ma nella connessione costante.
Evolutio: un racconto che si inserisce tra le mostre a Milano
La riflessione di Schnapp, nel contesto del libro Evolutio e della mostra promossa da Webuild, apre uno spazio nuovo nel modo di raccontare le grandi opere pubbliche: non più soltanto ciò che collegano, ma ciò che abilitano.
Evolutio, la mostra che racconta come le grandi infrastrutture hanno accelerato il progresso italiano e non solo, arriva a Milano dall’11 febbraio al Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci, portando con sé un’idea che oggi appare sempre più urgente: le infrastrutture sono la grammatica con cui una società scrive il proprio futuro. Ma per continuare a scriverlo, deve imparare anche a custodire ciò che ha già costruito, e a renderlo interrogabile, accessibile, condiviso.
Nel Novecento l’Italia ha raccontato sé stessa attraverso ponti e autostrade. Nel presente, la sfida è più sottile ma non meno decisiva: costruire le reti invisibili che tengono insieme la vita quotidiana, l’innovazione e la cultura. E farlo con lo stesso spirito delle grandi opere civili: visione, metodo, capacità di dare forma al tempo.