Infrastrutture tra impatto ambientale e sociale: la visione di Pietrangelo Buttafuoco

Nel libro Evolutio, Pietrangelo Buttafuoco, Presidente della Fondazione La Biennale di Venezia, racconta le infrastrutture come interfaccia tra architettura e ambiente e come acceleratori della crescita sociale e culturale, partendo dal ruolo dell’Autostrada del Sole durante il boom economico italiano.

L’Italia non è mai stata soltanto un’idea. È sempre stata, prima ancora, una materia: un corpo lungo e frastagliato che chiede raccordi, attraversamenti, cuciture. Un Paese «dall’orografia sfidante», fatto di monti, valli e fiumi, dove l’unità non è una formula politica ma una prova quotidiana di connessione.

Per questo, scrive Pietrangelo Buttafuoco, Presidente della Fondazione La Biennale di Venezia, «l’Italia è un progetto materiale prima ancora che politico». Inizia così l’intervento del giornalista e scrittore italiano pubblicato all’interno del volume Evolutio. Building the future for the last 120 years, il libro edito da Rizzoli che racconta in che modo le grandi infrastrutture realizzate dal Gruppo Webuild in oltre cento anni di storia abbiano contribuito allo sviluppo economico e sociale.

Una riflessione che mette al centro le infrastrutture non come semplice ingegneria, ma come interfaccia tra architettura e ambiente, e soprattutto come specchio della trasformazione sociale del Paese. Rappresenta anche il ponte ideale verso la mostra Evolutio, che partirà a Milano nel mese di febbraio, mettendo di nuovo al centro il rapporto tra opere, territori e futuro.

Autostrada del Sole (A1): il simbolo del boom economico italiano

Nel secondo Dopoguerra, quando l’Italia si rimette in piedi e ricomincia a muoversi, arriva l’infrastruttura che più di ogni altra sintetizza il desiderio di correre verso il futuro: l’Autostrada del Sole. Non solo un’arteria, ma un’idea concreta di modernità.

Nel suo intervento Pietrangelo Buttafuoco la racconta come una narrazione compatta di tecnica e visione: «Cemento, calcestruzzo e idee, condensati in una narrazione che ancora oggi suona epica». Un progetto che attraversa la geografia e la sfida (montagne, fiumi, Appennini) e che diventa, allo stesso tempo, il simbolo di un Paese che riallaccia i suoi frammenti e prova a essere unito davvero.

A rendere l’Autostrada A1 un mito non è solo la sua funzione, ma il suo linguaggio: viadotti sospesi «tra cielo e terra», gallerie come varchi nella materia. E soprattutto quel rapporto continuo tra artificio e natura che il Presidente della Fondazione La Biennale di Venezia riassume in una formula potentissima: «dialogo continuo tra natura e artificio, uomo e paesaggio».

È l’Italia del boom economico, ed è l’Italia che ricostruisce sé stessa.

«Non per i morti, ma per i vivi»: l’infrastruttura come destino

Le infrastrutture diventano presto monumenti di un’epoca. Non in senso celebrativo, ma nel significato più letterale: un segno lasciato a terra che cambia la vita delle persone per decenni.

A questo proposito nel suo intervento pubblicato sul libro Evolutio, Buttafuoco descrive l’A1 come «il più grande monumento del Dopoguerra ‘non per i morti, ma per i vivi’, asse fondamentale del sistema viario e spina dorsale di un’Italia che voleva correre».

Eppure, come ogni monumento, anche questo porta in sé la domanda più difficile: quanto dura davvero un’infrastruttura? Quanto dura, soprattutto, il patto di manutenzione che un Paese stipula con sé stesso quando costruisce?

«Il mito del cemento armato, materia prima del boom, mostra da tempo evidenti crepe», scrive Buttafuoco. La tragedia del ponte Morandi a Genova è l’esempio che tutti ricordano: un evento che si è trasformato in uno spartiacque, in una ferita e insieme in un allarme collettivo. Ma proprio da quell’allarme nasce una consapevolezza nuova: non basta costruire infrastrutture bene, bisogna anche mantenere, proteggere, monitorare.

Sul tema Pietrangelo Buttafuoco cita il lavoro della Biennale Architettura 2025 di Venezia, diretta da Carlo Ratti, preziosa per aver messo in luce diversi progetti innovativi proprio in tema di materiali e infrastrutture sostenibili.

«Designing Resilient Blue-Green Infrastructures in the Peri-Urban Landscape of Antananarivo in Madagascar; Hyper Sponge, che reimmagina i villaggi urbani di Kuala Lumpur come spugne ecologiche, in grado di assorbire e trattenere acqua; Recypark, che mostra come l’uso di materiali recuperati e la connessione tra infrastruttura e comunità riducano l’impatto ambientale, restituendo spazi per lo sport e il tempo libero; Ocean City, prototipo urbano che ripensa radicalmente il rapporto tra architetture e ambiente, favorendo la rigenerazione della vita marina».

Oltre la straordinaria manutenzione: Potenza e le infrastrutture da ricostruire

Se l’Autostrada A1 è stata il racconto della rinascita, ci sono luoghi in cui le infrastrutture denunciano il bisogno di intervenire, proteggere e manutenere. Per descrivere questa condizione, Buttafuoco sceglie un esempio preciso: Potenza, «capitale meridionale del calcestruzzo», dove la modernità mostra non solo la sua bellezza visionaria, ma anche la sua vulnerabilità.

Il ponte Musmeci, infrastruttura straordinaria degli anni Settanta, oggi evidenzia segni del tempo. Il “Serpentone” del Rione Cocuzzo, nato per ospitare una popolazione in crescita, appare come un quartiere marginale e svuotato. E la diga del Camastra, ancora non collaudata ufficialmente, è arrivata a sfiorare una crisi estrema nel 2024.

Qui il messaggio diventa esplicito: «In Italia si interviene quasi sempre in ritardo, nella fase del malfunzionamento». Non perché manchino tecnologie o competenze, ma perché spesso manca la capacità di trasformare la manutenzione in cultura stabile, in programmazione, in priorità politica.

Il risultato è una rete che può diventare fragile proprio perché troppo vasta e troppo stratificata: viadotti, acquedotti, quartieri interi che chiedono interventi urgenti. Ma anche e soprattutto una nuova idea di progettazione.

Rigenerazione urbana: la Sicilia e la frattura che non è solo geografica

Se c’è un punto del Paese in cui la questione infrastrutturale si trasforma in questione storica – e quindi politica e sociale – è la Sicilia.

Buttafuoco lo scrive senza mezzi termini: non si tratta «solo di colmare un divario tecnico», ma di affrontare un nodo che viene da lontano e che «risale all’Unità d’Italia». Perché finché una parte del Paese resterà ai margini delle reti moderne, l’Italia continuerà a essere incompleta.

È un passaggio centrale: non perché rimandi all’emergenza, ma perché svela che le infrastrutture sono, in fondo, l’architettura della cittadinanza. Dove la rete è debole, anche l’idea di comunità si indebolisce.

La risposta arriva adesso dall’impegno del Gruppo Webuild nella modernizzazione delle reti ferroviarie siciliane. Cantieri aperti da Catania a Palermo permetteranno di portare in Sicilia i treni veloci realizzando la prima linea ferroviaria a un solo binario. Un cambio di passo rispetto al passato che guarda allo sviluppo delle infrastrutture come volano della crescita economica e sociale della regione.

In questo quadro, proprio gli investimenti del PNRR sono un’occasione: non un semplice elenco di cantieri, ma la possibilità concreta di cambiare metodo.

«Gli investimenti del PNRR – conclude Buttafuoco – hanno iniziato a sbloccare progetti di riqualificazione, ma la vera sfida è, appunto, culturale: passare da una logica emergenziale a una visione strategica. Infrastrutture sostenibili, integrate, capaci di ridurre disuguaglianze territoriali, rappresentano oggi un appuntamento a cui l’Italia non può mancare. Come l’Autostrada del Sole seppe ridisegnare l’Italia, oggi abbiamo bisogno di una nuova stazione di opere che nascano dallo stesso spirito, dalla stessa visione, dallo stesso coraggio: progetti capaci di diventare ponti veri tra comunità, territori, generazioni».