C’è un momento preciso, nel viaggio di chi arriva a Napoli, in cui la città si rivela per la prima volta. È in quell’istante che si colloca la nuova stazione della metropolitana di Capodichino, destinata a essere la vera soglia contemporanea della città, il collegamento tra l’aeroporto e il centro.
A immaginarla è stato Ivan Harbour, architetto dello studio RSHP, una delle firme più autorevoli dell’architettura contemporanea a livello globale, erede della visione di Richard Rogers e protagonista di alcuni dei progetti più iconici degli ultimi decenni. Con Harbour, l’architettura torna a essere gesto culturale, spazio che dialoga con l’uomo, ma anche macchina complessa capace di integrare tecnica, ingegneria e percezione.
Stazione Capodichino, realizzata dal Gruppo Webuild, nasce esattamente da questa tensione. Non solo come infrastruttura di trasporto pubblico che collega l’aeroporto di Napoli al cuore della città, ma trasformare quel passaggio in un’esperienza memorabile. È una porta d’ingresso urbana nel senso più pieno del termine, pensata per milioni di viaggiatori che, appena scesi dall’aereo, si troveranno a compiere un gesto opposto e simbolico: scendere nelle profondità della terra.
È qui che prende forma l’intuizione progettuale. La discesa diventa racconto. Il vuoto verticale – un grande “tubo” profondo circa 50 metri – si trasforma in uno spazio scenografico, dove la luce naturale filtra dall’alto e accompagna il movimento dei passeggeri. Le quattro scale elicoidali, avvolte su sé stesse come spirali dinamiche, non sono solo una risposta alle esigenze di sicurezza e di evacuazione, ma diventano elemento architettonico identitario, quasi scultoreo. Un dispositivo funzionale che si fa forma, ritmo, esperienza.
In questo dialogo tra profondità e luce, tra tecnica e percezione, si inserisce pienamente il contributo di Webuild, che ha trasformato una visione complessa in un’infrastruttura concreta, integrando soluzioni ingegneristiche avanzate con una forte attenzione alla qualità spaziale. È proprio in questa sinergia tra progettazione e costruzione che la stazione della metropolitana trova il suo equilibrio: un luogo in cui ingegneria civile e architettura non si separano, ma si potenziano reciprocamente.
Stazione Capodichino si inserisce così nel solco delle celebri “Stazioni dell’Arte” della metropolitana di Napoli, ma ne rappresenta anche un’evoluzione. Non è solo un luogo decorato o arricchito da interventi artistici, ma un’infrastruttura che è essa stessa esperienza artistica.
Una “cattedrale sotterranea”, come la definisce Harbour, capace di riflettere il carattere della città: monumentale e intima insieme, teatrale e accogliente. Alla fine, ciò che questa stazione restituisce è molto più di un servizio di mobilità. È un racconto urbano, una dichiarazione di identità, un modo per dire, a chi arriva: questa è Napoli. E il viaggio comincia da qui.
Qual è stata la scintilla che vi ha illuminato quando vi siete messi al lavoro sul progetto di Capodichino?
«Credo che una delle cose più entusiasmanti per noi sia stata l’idea che, per molte persone, per i visitatori di Napoli, questa sarebbe stata la prima impressione della città. Una stazione della metropolitana come porta d’ingresso di una città è una situazione davvero unica».
«Quando le persone raggiungono questa stazione, la maggior parte di esse proviene dall’aeroporto di Napoli, quindi ha appena volato. Sono stati in aria, sono atterrati, e il passo successivo è scendere nel sottosuolo. Volevamo che fosse un’esperienza quasi speculare al volo verso l’alto, con la stessa intensità e drammaticità, ma al contrario. Il cielo, la luce del giorno, la splendida luce solare che si trova qui a Napoli. Tutti questi elementi ci portano ad elevarci. L’esperienza della discesa, la percezione dei volumi e il cambiamento della luce dall’alto verso il basso fanno parte di questa dimensione drammatica. È quasi come entrare in una cattedrale… ma stando a testa in giù».
Le scale elicoidali ricordano la struttura del Pozzo di San Patrizio. È stata questa la vostra ispirazione?
«In realtà, quando mi sono messo al lavoro per la prima volta su questo progetto, non conoscevo il Pozzo di San Patrizio. Ma ciò che è interessante è che le somiglianze sono evidenti: in entrambi i casi bisogna scendere molto in profondità per raggiungere l’obiettivo. Nel Pozzo di San Patrizio si scende per trovare l’acqua; qui si scende per raggiungere i treni».
«Sviluppando l’idea semplice del tubo che scende a una profondità di 50 metri, uno degli aspetti più complessi e significativi è stato affrontare il tema di come uscire in caso di emergenza. Le stazioni della metropolitana e ferroviarie sono prima di tutto una questione di sicurezza e i requisiti di sicurezza fanno parte integrante del progetto. E, a ben vedere, i requisiti fondamentali sono pochi: far entrare e uscire le persone, e garantire un’uscita rapida quando necessario. Da questa esigenza è nata l’idea delle quattro scale elicoidali, ciascuna di esse collegata a una delle uscite dai tunnel verso le banchine, e ciascuna che si sviluppa avvolgendosi verso destra fino a raggiungere il livello del suolo».
Che ruolo ha avuto la luce naturale nello sviluppo del vostro progetto?
«Credo che, per un architetto, ci siano alcuni elementi con cui si lavora sempre: la luce naturale, la percezione della luce, ma anche l’odore, il suono, il tatto. Tutti i sensi. E la luce naturale, in una metropolitana, quando si scende sottoterra, diventa un elemento centrale con cui bisogna confrontarsi».
«Ampliare le possibilità della luce naturale, creare l’idea di una metropolitana aperta, non chiusa, aperta verso il cielo, massimizzare la luce, e allo stesso tempo, qui a Napoli, proteggere dall’intensità del sole. Tutto questo diventa una parte fondamentale della definizione progettuale».
Quanto è stata importante la sinergia tra voi progettisti e il Gruppo Webuild che ha costruito l’opera?
«Non crediamo nella separazione tra ingegneria e architettura come discipline distinte. Pensiamo invece che debbano lavorare insieme, nutrirsi reciprocamente delle esigenze dell’una e dell’altra.
Qui, in sostanza, si tratta di un’arte: l’arte dell’ingegneria e dell’architettura unite. E parte di questo processo è anche il piacere dell’esperienza ingegneristica, del problem solving, vissuto dall’architetto».
Possiamo dire che Stazione Capodichino si inserisce nel solco delle Stazioni dell’Arte della metro di Napoli?
«L’ingegneria è un’arte. L’architettura è un’arte. Ma l’architettura è anche una scienza, così come l’ingegneria. Nel contesto delle “Stazioni dell’Arte” di Napoli, questo equilibrio funziona perfettamente: è un gruppo di architetti e ingegneri che crea un’opera artistica».
Qual è il messaggio più forte che volete comunicare con questa infrastruttura?
«Napoli è una città immensamente grandiosa. Gli edifici sono imponenti, monumentali, eppure esiste anche un’intimità che sembra giocare in contrasto con questa monumentalità. Questa stazione alimenta questo senso di intimità. È, in un certo senso, un’altra cattedrale. Abbiamo costruito una cattedrale ma nascosta sottoterra».
Cosa si augura per questo progetto?
«Spero che questo progetto riesca a raccontare l’anima della città di Napoli alla sua porta d’ingresso del XXI secolo, che è l’aeroporto, e che quindi possa diventare un collegamento tra Napoli e il mondo».