Singapore, modello globale per le reti idriche: dalla depurazione alla dissalazione

Dalla scarsità idrica al trattamento delle acque reflue, fino alla protezione delle città dagli eventi climatici estremi, l’acqua è diventata una delle grandi sfide infrastrutturali del nostro tempo. Singapore ha trasformato questa necessità in un modello globale di innovazione, costruendo un sistema integrato fondato su raccolta, depurazione, riuso e dissalazione.

Una sfida che attraversa le grandi metropoli del mondo e che vede il Gruppo Webuild impegnato nella realizzazione di infrastrutture strategiche: dai tunnel del Clean Rivers Project di Washington D.C. al sistema Riachuelo di Buenos Aires, fino ai grandi dissalatori realizzati da Fisia Italimpianti in Medio Oriente.

A Singapore le piogge non fanno mai mancare l’acqua. Eppure, per decenni, è stata una delle risorse più difficili da garantire, e proprio questo è uno dei paradossi su cui è cresciuta la città-Stato: un’isola tropicale colpita da precipitazioni intense, ma con poco territorio a disposizione per raccogliere e conservare l’acqua dolce, nessuna grande falda naturale e una popolazione cresciuta rapidamente insieme a uno dei sistemi economici più avanzati dell’Asia.

Quando Singapore conquistò l’indipendenza nel 1965, la sicurezza idrica era quindi una questione strategica. Una parte importante dell’acqua arrivava dalla vicina Malesia, mentre lo sviluppo urbano e industriale faceva crescere rapidamente i consumi. Da quella vulnerabilità è nato uno dei sistemi di gestione delle risorse idriche più avanzati al mondo.

Nel corso di sessant’anni Singapore ha costruito una vera e propria infrastruttura circolare dell’acqua, trasformando ogni possibile fonte in una risorsa. Pioggia, bacini artificiali, acqua importata, acque reflue soggette a depurazione e mare sono diventati parti di un unico sistema integrato.

Oggi il modello poggia su quelli che il PUB, l’ente nazionale responsabile della gestione idrica, definisce i “Four National Taps”: l’acqua raccolta localmente, quella importata, la NEWater ottenuta dal trattamento avanzato delle acque reflue e l’acqua prodotta attraverso la dissalazione.

Una diversificazione che ha permesso alla città di ridurre progressivamente la propria vulnerabilità e costruire una delle strategie di sicurezza idrica più sofisticate al mondo.

La città-Stato come un gigantesco bacino idrico

Il primo passo è stato ripensare la città stessa. A Singapore strade, canali, fiumi e bacini idrici artificiali fanno parte di una rete progettata per raccogliere la pioggia e convogliarla verso le riserve idriche. Oggi oltre due terzi del territorio nazionale sono utilizzati come aree di raccolta dell’acqua piovana e il sistema conta 17 reservoir.

È un cambio di paradigma urbanistico: l’infrastruttura idrica non è confinata sotto terra o ai margini della città, ma coincide in parte con la città stessa. Il territorio diventa una macchina capace di raccogliere, trasferire, trattare e riutilizzare l’acqua.

Ma la vera rivoluzione è arrivata quando Singapore ha deciso di chiudere il ciclo. Nel 2002 è stata introdotta NEWater, acqua rigenerata ad alta qualità prodotta attraverso processi avanzati di trattamento. Le acque utilizzate vengono raccolte, depurate e sottoposte a ulteriori processi di purificazione, fino a ottenere una risorsa che può essere impiegata dall’industria e, indirettamente, anche per l’approvvigionamento potabile.

Durante i periodi più secchi, infatti, NEWater può essere immessa nei bacini idrici, miscelata con l’acqua grezza e successivamente trattata negli impianti di potabilizzazione. La qualità dell’acqua rigenerata è stata valutata da esperti internazionali ed è risultata conforme agli standard per l’acqua potabile indicati dall’Organizzazione mondiale della sanità e dall’Environmental Protection Agency statunitense.

In questo modo l’acqua non viene più considerata una risorsa da utilizzare una sola volta, ma una materia prima che può tornare continuamente nel sistema.

Dal mare una nuova riserva d’acqua: l’introduzione del dissalatore

Tre anni dopo NEWater, nel 2005, Singapore ha aggiunto un altro tassello alla propria strategia inaugurando il primo impianto di dissalazione del Paese. Attraverso la tecnologia dell’osmosi inversa, l’acqua marina viene spinta attraverso membrane capaci di separarla dai sali e dalle altre sostanze presenti, fino a trasformarla in acqua utilizzabile.

A differenza delle precipitazioni, la disponibilità del mare non dipende dalle stagioni e per un’isola come Singapore rappresenta quindi una riserva potenzialmente enorme e soprattutto resistente agli effetti della siccità.

Il modello continua però a evolversi. La sfida oggi non è soltanto produrre più acqua, ma farlo consumando meno energia. NEWater e dissalazione sono infatti fonti resilienti alle condizioni meteorologiche, ma anche più energivore rispetto alle fonti tradizionali.

Per questo Singapore sta investendo nella ricerca di nuove tecnologie in grado di abbracciare la sostenibilità riducendo l’impronta energetica dell’intero ciclo idrico, mentre la domanda nazionale di acqua è prevista quasi raddoppiare entro il 2065.

È qui che la storia della città-Stato diventa una storia globale, perché ciò che Singapore ha compreso prima di molte altre metropoli è che l’acqua non può più essere considerata soltanto un servizio pubblico, ma si tratta invece di una delle infrastrutture strategiche da cui dipendono la crescita delle città, la salute delle persone, la sicurezza industriale e la capacità di affrontare gli effetti del cambiamento climatico.

Non solo Singapore: sotto Washington D.C., i tunnel che proteggono i fiumi Anacostia e Potomac

A migliaia di chilometri da Singapore, Washington D.C. affronta una sfida diversa ma legata allo stesso principio: governare l’acqua significa ripensare le infrastrutture urbane.

Nella capitale degli Stati Uniti il problema nasce soprattutto durante le precipitazioni più intense. In alcune aree della città, la rete fognaria storica raccoglie nello stesso sistema acque reflue e acqua piovana. Quando le piogge superano la capacità della rete, gli scarichi possono finire direttamente nei corsi d’acqua.

Per affrontare il problema è nato il Clean Rivers Project, un vasto programma di infrastrutture sotterranee progettato per intercettare e gestire le acque in eccesso prima che raggiungano i fiumi della città.

Webuild, attraverso la controllata statunitense Lane, ha partecipato alla realizzazione di opere strategiche del programma, tra cui l’Anacostia River Tunnel, un tunnel lungo 3,8 chilometri, con un diametro interno di circa 7 metri e realizzato a una profondità di circa 30 metri, che ha il compito di catturare le acque reflue e convogliarle verso il trattamento, riducendo gli scarichi nei fiumi Anacostia e Potomac.

È un’infrastruttura quasi completamente invisibile eppure, proprio come le reti idriche di Singapore, modifica profondamente il rapporto tra la città e l’acqua.

Trattamento acque a Buenos Aires: la rinascita del Riachuelo

Se a Washington D.C. l’obiettivo è impedire che le piogge intense sovraccarichino il sistema fognario, a Buenos Aires la grande sfida è stata il recupero ambientale di uno dei corsi d’acqua più compromessi dell’Argentina.

Il bacino Matanza-Riachuelo attraversa una delle aree più densamente urbanizzate e industrializzate del Paese. Per decenni gli scarichi urbani e industriali hanno contribuito a trasformarlo in un simbolo dell’inquinamento ambientale.

Il Riachuelo System, sostenuto anche dalla Banca Mondiale, rappresenta una delle più grandi infrastrutture di risanamento idrico realizzate in America Latina. Il sistema, entrato in funzione nel 2025, può trattare fino a circa 2,3 milioni di metri cubi di acque reflue al giorno e interessa 14 municipalità dell’area di Buenos Aires, con benefici diretti per oltre 4 milioni di persone.

Webuild e Fisia Italimpianti hanno realizzato due dei tre lotti dell’opera che, tra gli elementi più complessi, ha previsto la costruzione di un tunnel lungo 12 chilometri costruito circa 40 metri sotto il letto del Río de la Plata.

Siccità in Medio Oriente: dove non c’è acqua, l’ingegneria la produce

Esiste poi un’altra frontiera della gestione idrica che non riguarda l’acqua da raccogliere o depurare, ma quella che semplicemente non esiste in quantità sufficienti.

È la sfida affrontata ogni giorno da molte città della Penisola Arabica, dove crescita demografica, sviluppo economico e un clima estremo hanno trasformato i dissalatori in una delle infrastrutture strategiche per garantire l’approvvigionamento idrico.

In questo settore opera da leader globale Fisia Italimpianti, società del Gruppo Webuild specializzata nel trattamento delle acque reflue e nella dissalazione.

La società ha realizzato impianti soprattutto in molti paesi della Penisola, contribuendo a costruire una capacità complessiva di produzione di acqua dissalata nell’ordine di milioni di metri cubi al giorno. Ad oggi, gli impianti realizzati e in costruzione di Fisia raggiungono una capacità complessiva di circa 4,8 milioni di metri cubi al giorno e servono complessivamente oltre 20 milioni di persone.

Dall’Arabia Saudita all’Oman, dagli Emirati Arabi Uniti al Kuwait fino al Qatar, la dissalazione ha permesso di trasformare il mare in una fonte stabile di acqua dolce.