Le città europee non erano state progettate per convivere con grandi ondate di calore settimane consecutive sopra i 40 gradi, eppure è questo lo scenario che sta emergendo con sempre maggiore frequenza.
Nell’estate del 2025 una grande ondata di calore ha investito dodici città europee provocando migliaia di morti legate alle temperature estreme. Secondo uno studio citato da Reuters, circa 2.300 decessi sono stati associati all’evento climatico, con oltre 1.500 resi più probabili dall’aumento delle temperature causato dal cambiamento climatico.
Il problema non riguarda soltanto i picchi diurni. Sono soprattutto le notti tropicali, quando il cemento continua a rilasciare il calore accumulato durante il giorno, a mettere sotto pressione salute pubblica, reti elettriche e qualità della vita. È il cosiddetto fenomeno delle “urban heat islands”, le isole di calore urbane, che possono portare le temperature cittadine anche molti gradi sopra quelle delle aree rurali circostanti. Alcuni studi europei hanno registrato anomalie termiche fino a 3-8 gradi nelle aree più densamente urbanizzate.
Ecco perché in molte città il caldo estremo sta diventando una questione infrastrutturale prima ancora che ambientale, perché il clima urbano dipende sempre di più da come sono progettati i sistemi di mobilità, le reti energetiche, gli spazi pubblici e persino i materiali utilizzati per costruire strade e quartieri.
Dal Grand Paris Express alla metropolitana di Riyadh: le nuove linee contro il cambiamento climatico
Una delle risposte più importanti al caldo estremo arriva da sotto terra. Le grandi reti metropolitane stanno diventando infrastrutture climatiche oltre che di mobilità. Ridurre il traffico automobilistico significa infatti abbassare emissioni, asfalto surriscaldato e congestione urbana. Per questo molte metropoli stanno accelerando sugli investimenti ferroviari e sotterranei.
A Parigi il Grand Paris Express rappresenta uno dei più grandi progetti infrastrutturali europei: 200 chilometri di nuove linee automatiche e 68 stazioni pensate per collegare periferie e centro urbano riducendo la dipendenza dall’automobile. Un progetto che è stato concepito anche come intervento di transizione ecologica, con quartieri a basse emissioni attorno alle nuove stazioni e una forte integrazione con il trasporto pubblico esistente.
In questo scenario un ruolo centrale è svolto da Webuild, impegnata nella realizzazione di tre linee strategiche del Grand Paris Express attraverso una delle più grandi operazioni europee di tunneling urbano.
La stessa logica sta guidando lo sviluppo della metropolitana di Riyadh, una città che nei mesi estivi supera frequentemente i 45 gradi. In una metropoli costruita per decenni attorno all’automobile, il nuovo network ferroviario punta a ridurre traffico, emissioni e consumo energetico urbano. Anche qui Webuild contribuisce attraverso la realizzazione della Orange Line, uno dei principali assi della nuova mobilità saudita.
Il ritorno alla “città sotterranea” è quindi un trend globale che si manifesta con interventi differenti: tunnel urbani, hub intermodali, reti ferroviarie profonde e sistemi integrati che liberano spazio in superficie, riducono il traffico e migliorano la resilienza climatica delle aree metropolitane.
Raffrescamento urbano: dai tetti verdi alla forestazione urbana
Le città stanno iniziando a trattare il caldo come trattano le alluvioni o i terremoti: un rischio sistemico da mitigare con infrastrutture dedicate.
A Singapore la risposta passa da una combinazione di forestazione urbana, gestione delle acque e pianificazione climatica. La città-Stato ha trasformato il verde in una vera infrastruttura pubblica: tetti verdi, parchi lineari, corridoi ombreggiati e sistemi di raccolta dell’acqua piovana fanno parte di una strategia pensata per abbassare la temperatura urbana e ridurre il consumo energetico.
A Parigi il Comune sta moltiplicando le “oasis urbaines”, spazi pubblici raffrescati con alberature, superfici permeabili e fontane per affrontare le ondate di calore sempre più frequenti. In parallelo la città sta lavorando sulla riforestazione urbana e sulla trasformazione di molte superfici asfaltate.
Negli Stati Uniti città come New York e Phoenix stanno sperimentando “cool roofs” e pavimentazioni riflettenti per limitare l’assorbimento di calore. Secondo alcune ricerche, in diversi quartieri urbani il fenomeno dell’isola di calore può aumentare la temperatura percepita anche di oltre 4 gradi.
Ma la vera differenza la fanno le strategie integrate. Gli esperti sottolineano sempre di più che piantare alberi non basta. Serve ripensare interi sistemi urbani, dal trasporto pubblico al consumo energetico, dalla gestione dell’acqua e dei materiali edilizi fino alla organizzazione dello spazio pubblico.
Dalla dissalazione alla raccolta dell’acqua piovana: l’acqua come infrastruttura climatica
Nelle città del caldo estremo l’acqua sta diventando una delle principali infrastrutture di resilienza.
A Singapore il riuso delle acque reflue e la raccolta dell’acqua piovana sono ormai elementi centrali della sicurezza urbana. Nel Golfo Persico, desalinizzazione e reti idriche avanzate sono diventate indispensabili per sostenere la crescita delle grandi metropoli.
È qui che il tema climatico incontra quello delle grandi opere idriche. La sicurezza dell’approvvigionamento non riguarda più soltanto la disponibilità d’acqua, ma anche la capacità di raffreddare città, alimentare reti energetiche e sostenere milioni di abitanti durante estati sempre più estreme.
Proprio gli impianti di dissalazione nella Penisola Arabica hanno avuto un ruolo decisivo nel frenare la corsa del deserto e dar vita a “oasi urbane” come Riyadh, Dubai, Abu Dhabi.
Negli Emirati Arabi Uniti oltre il 90% dell’acqua potabile proviene oggi dalla dissalazione. Questo ha consentito la nascita di grandi sistemi di irrigazione urbana che alimentano parchi, alberature, boulevard e fasce verdi pensate proprio per ridurre l’effetto “isola di calore” e contenere l’erosione desertica intorno ai centri abitati.
A Dubai, la crescita della città nel deserto è stata possibile grazie a una rete idrica continua di impianti costieri che trasformano l’acqua del Golfo Persico in risorsa urbana.
Anche l’Arabia Saudita ha costruito il proprio sviluppo urbano su questo equilibrio artificiale. Riyadh, pur trovandosi nel cuore della penisola e lontana dal mare, dipende da gigantesche reti di trasporto dell’acqua desalinizzata proveniente dalla costa orientale del Paese. Senza questi sistemi, il consumo idrico della capitale saudita – alimentato da milioni di abitanti, infrastrutture, aree verdi e nuovi quartieri – prosciugherebbe rapidamente le falde fossili del deserto.
Molti di questi impianti sono stati realizzati da Fisia Italimpianti, la controllata del gruppo Webuild, che rappresenta uno degli attori internazionali attivi nel settore della desalinizzazione e delle infrastrutture idriche strategiche.
Transizione ecologica: costruire città sostenibili
Secondo diversi studi europei, le strategie di mitigazione climatica possono ridurre significativamente gli effetti sanitari delle ondate di calore. In Italia alcune misure di prevenzione hanno contribuito a diminuire la mortalità legata al caldo di circa il 30%.
Per questo il clima sta entrando sempre più nelle grandi strategie infrastrutturali globali. Le città del futuro dovranno essere progettate per resistere a temperature più alte, consumare meno energia, gestire meglio l’acqua con le reti idriche e offrire sistemi di mobilità meno dipendenti dalle automobili.
Nel Novecento le metropoli sono cresciute attorno al motore a combustione e all’espansione dell’asfalto. Nel XXI secolo potrebbero invece svilupparsi attorno a nuove reti sotterranee, corridoi verdi, sistemi ferroviari e infrastrutture climatiche integrate.
La sfida non è soltanto ambientale, è urbana, sociale ed economica. E passerà sempre di più dalla capacità di costruire città sostenibili che, anche nel pieno delle estati più estreme, restino luoghi vivibili.