Proteggere l’acqua con la dissalazione: dal Golfo Persico al resto del mondo

Dalle tensioni tra Stati Uniti e Iran emerge un nuovo fronte strategico: la sicurezza dell’acqua. Nel Golfo Persico, dove fino al 90% dell’acqua potabile dipende dalla dissalazione, oltre 400 impianti garantiscono la sopravvivenza di intere città.

In questo scenario si inserisce il ruolo del Gruppo Webuild, che con Fisia Italimpianti ha realizzato infrastrutture chiave nella Penisola Arabica. Una tecnologia sempre più centrale anche a livello globale, destinata a crescere mentre aumenta la domanda idrica e l’acqua diventa una risorsa strategica.

Quanto è preziosa l’acqua? E quanto sono preziosi gli impianti e le infrastrutture che tutelano, utilizzano e trattano l’oro blu?

Un tema di interesse globale divenuto ancora più attuale con la crisi esplosa tra Stati Uniti e Iran e la minaccia, ad oggi ritirata, di un attacco ai dissalatori della Penisola Arabica, una delle aree del pianeta dove questo genere di infrastrutture è più strategico e sviluppato. Perché colpire un impianto di dissalazione nel Golfo Persico non significa fermare l’energia, ma interrompere la vita quotidiana di intere città.

Nel cuore desertico della regione, l’acqua non arriva dai fiumi né dalle falde, ma arriva dal mare. In Kuwait, Qatar o Bahrain, così come a Dubai e Abu Dhabi, fino al 90% dell’acqua potabile è prodotta attraverso la dissalazione. È una dipendenza totale, che ha trasformato queste infrastrutture in un pilastro invisibile ma essenziale della stabilità economica e sociale.

Non a caso lungo le coste del Golfo Persico operano oltre 400 impianti, spesso concentrati in grandi poli industriali che possono superare il milione di metri cubi al giorno di capacità produttiva.

La crisi tra Stati Uniti e Iran accende i riflettori su un nuovo bersaglio strategico: i dissalatori del Golfo Persico, infrastrutture vitali da cui dipende fino al 90% dell’acqua potabile

L’ingegneria dell’acqua: i dissalatori Webuild nella Penisola Arabica

È proprio nella Penisola Araba che la dissalazione ha raggiunto la sua massima espressione industriale.

L’area Medio Oriente e Nord Africa concentra oggi più del 40% della capacità globale, con una produzione che sfiora i 29 milioni di metri cubi al giorno. L’Arabia Saudita da sola vale circa il 22% del totale mondiale, con quasi 10 milioni di metri cubi quotidiani.

Oltre 400 impianti di dissalazione lungo le coste producono acqua per intere città, con capacità che superano il milione di metri cubi al giorno nei grandi poli industriali

Dietro questi numeri c’è una strategia precisa: investimenti che hanno superato i 50 miliardi di dollari negli ultimi due decenni e che potrebbero arrivare a quota 100 miliardi entro il 2030.

Allo sviluppo di queste infrastrutture ha dato il suo contributo il Gruppo Webuild, che, attraverso la controllata Fisia Italimpianti, ha partecipato alla realizzazione di alcuni dei principali impianti di dissalazione nel mondo, e in particolare proprio nella Penisola Arabica. È qui, tra Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Kuwait, che l’azienda ha costruito una parte significativa dei suoi dissalatori, contribuendo a rendere abitabili alcune delle aree più aride del pianeta.

La presenza è di lungo periodo. Fisia opera in Medio Oriente dagli anni Ottanta e ha realizzato oltre 30 progetti nella regione, sviluppando una capacità produttiva complessiva di circa 4,8 milioni di metri cubi al giorno di acqua desalinizzata, una quantità sufficiente a servire più di 20 milioni di persone. È un dato che restituisce la scala industriale di queste infrastrutture: non impianti isolati, ma un sistema diffuso che sostiene intere economie urbane nel deserto.

Fisia Italimpianti ha realizzato oltre 30 progetti nella regione, con 4,8 milioni di m³ al giorno di capacità e acqua per più di 20 milioni di persone

Uno dei casi più emblematici è quello dell’impianto Shoaiba 3 Expansion II, sulla costa occidentale dell’Arabia Saudita. Qui la tecnologia a osmosi inversa consente di produrre fino a 250.000 metri cubi di acqua potabile al giorno, garantendo l’approvvigionamento idrico a oltre un milione di persone nelle città di Jeddah, La Mecca e Taif.

È un’infrastruttura che trasforma direttamente il mare in risorse idriche, con un impatto immediato sulla vita di una delle aree più densamente popolate del Paese.

Il radicamento nel Golfo Persico si riflette anche in altri progetti simbolo, come il Jebel Ali M negli Emirati Arabi Uniti. Al momento della sua realizzazione era il più grande impianto del Paese, capace di produrre enormi volumi di acqua per sostenere la crescita urbana di Dubai.

In un contesto dove l’acqua naturale è praticamente assente, gli impianti di dissalazione rappresentano la condizione stessa dello sviluppo.

Oltre il Golfo Persico: il mondo guarda agli impianti di dissalazione

Quello che accade nel Golfo Persico non è un’eccezione, ma l’anticipazione di una tendenza globale.

Negli ultimi cinquant’anni la capacità di dissalazione è cresciuta oltre cinquanta volte, fino a raggiungere oggi una produzione di circa 268 miliardi di litri al giorno. Tra 150 e 200 milioni di persone nel mondo dipendono già da questa tecnologia, e la crescita non accenna a fermarsi: entro il 2030 la capacità potrebbe raddoppiare, spinta dall’aumento della domanda di risorse, prevista in crescita del 25% entro metà secolo.

La capacità è aumentata di 50 volte in 50 anni, raggiungendo 268 miliardi di litri al giorno e servendo fino a 200 milioni di persone

Dalla California alla Spagna, da Israele all’Australia, i dissalatori stanno diventando una componente strutturale delle politiche idriche. Non più una soluzione emergenziale, ma una vera infrastruttura di sistema.

E come tutte le infrastrutture, portano con sé sfide complesse, come quella energetica: produrre acqua dal mare richiede grandi quantità di energia, tanto che in Medio Oriente la dissalazione assorbe fino al 5% dei consumi elettrici.

È qui che si gioca la nuova partita tecnologica. L’osmosi inversa, oggi dominante e responsabile di circa il 70% della capacità globale, ha ridotto drasticamente i consumi energetici rispetto ai sistemi termici del passato.

L’osmosi inversa domina il settore e riduce i consumi, mentre la sfida resta energetica e ambientale, in un mondo dove l’acqua diventa infrastruttura strategica.

Allo stesso tempo, cresce l’integrazione con le energie rinnovabili. Negli Emirati Arabi Uniti alcuni impianti di dissalazione utilizzano già quote significative di energia solare, mentre progetti più avanzati puntano a sistemi a impatto quasi nullo. Anche in questo ambito, il contributo dell’ingegneria italiana è rilevante.

In questo scenario, l’allarme sicurezza lanciato nel Golfo Persico assume un significato più ampio. Non riguarda solo una regione, ma anticipa un tema globale: la protezione delle infrastrutture idriche.

In un mondo in cui lo stress idrico è destinato ad aumentare e intere aree potrebbero raggiungere condizioni critiche entro il 2050 a causa del cambiamento climatico, l’acqua diventa un fattore di sicurezza strategica, al pari dell’energia. E proteggere l’acqua, oggi, significa proteggere il futuro.