Dalla rivoluzione industriale a oggi: quando le infrastrutture resero l’Italia moderna

Nel nuovo libro del Gruppo Webuild, lo storico dell’economia Giovanni Farese sottolinea il ruolo economico, sociale e culturale delle infrastrutture che hanno fatto il Belpaese, ripercorrendone la storia dall’età giolittiana al boom economico.

C’è un momento, nella storia di un Paese, in cui lo sviluppo smette di essere un’aspirazione e diventa un processo riconoscibile, misurabile, irreversibile. Per l’Italia quel momento non coincide con una data simbolica, ma con un lungo attraversamento del Novecento, segnato da infrastrutture, energia idroelettrica, industria e lavoro.

È questo il filo che attraversa l’intervento di Giovanni Farese, storico dell’economia, pubblicato nel volume Evolutio. Building the future for the last 120 years. Il libro, edito da Rizzoli e promosso dal Gruppo Webuild, racconta in che modo le grandi opere pubbliche hanno contribuito ad accelerare il progresso economico, sociale e culturale.

Rientra nel più ampio progetto Evolutio del Gruppo Webuild, del quale fa parte anche Evolutio – For 120 years we have been building infrastructure for the future, la mostra a Milano che si tiene dall’11 febbraio al 7 aprile presso il Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci. A questa si aggiunge il museo digitale www.evolutio.museum, uno dei primi musei virtuali al mondo dedicato al settore delle infrastrutture e all’interno del quale è possibile accedere al vasto archivio storico del Gruppo Webuild.

L’intervento del professore Giovanni Farese racconta come un Paese agricolo, periferico e frammentato sia riuscito, in poco più di un secolo, a trasformarsi in una potenza industriale capace di competere sulla scena internazionale.

Un percorso tutt’altro che lineare, fatto di accelerazioni improvvise e lunghi ritardi, di divari territoriali persistenti e di straordinarie capacità di adattamento, ma soprattutto un percorso in cui le infrastrutture giocano un ruolo decisivo, diventando la spina dorsale dello sviluppo economico e sociale.

L’età giolittiana e l’energia idroelettrica che cambia il Paese

Nel racconto di Giovanni Farese, l’Italia unita parte da lontano. L’Unificazione del 1861 crea le condizioni istituzionali minime – moneta, politiche commerciali, debito pubblico – ma non genera automaticamente sviluppo. Per decenni il Paese resta segnato da squilibri profondi, in particolare tra Nord e Sud, e da una struttura produttiva prevalentemente agricola.

La prima vera svolta arriva all’inizio del Novecento, durante il governo Giolitti. È in questi anni che l’Italia aggancia la seconda rivoluzione industriale, grazie a una combinazione di politiche pubbliche, classe dirigente riformista e contesto internazionale favorevole.

Come scrive Farese, «le stagioni della crescita e dello sviluppo giungono più tardi nella storia d’Italia», ma proprio in quell’arco temporale si concentra una trasformazione destinata a segnare in profondità il Paese. Al centro di questa trasformazione c’è l’energia idroelettrica, il cosiddetto “carbone bianco”, che consente l’elettrificazione degli impianti industriali e riduce la dipendenza dall’estero.

L’energia idroelettrica non è solo una tecnologia, ma un’infrastruttura che ridisegna il territorio, attiva investimenti, favorisce la nascita di poli industriali e trasforma il lavoro. Non a caso, osserva Farese, «l’economia italiana aggancia allora, anche grazie all’idroelettricità (il “carbone bianco”) la seconda rivoluzione industriale e cresce come mai prima». Infatti, già nel 1911 l’Italia è tra i primi Paesi al mondo per potenza elettrica installata, il segnale di un cambiamento strutturale ormai avviato.

Industria, città, lavoro: un cambiamento profondo

I dati dell’epoca raccontano un Paese che si muove. Come emerge dal primo censimento industriale del 1911, scrive Farese, l’Italia «mostra i segni di un Paese che sta cambiando e che continuerà a cambiare nel corso degli anni Venti e, soprattutto, negli anni Trenta».

 Cresce l’occupazione industriale, aumenta la produzione di beni strumentali, si sviluppano le grandi città del Nord (Milano, Torino, Genova), ma anche poli urbani e industriali nel Centro e nel Sud. Accanto alle fabbriche nascono reti, servizi, infrastrutture urbane che modificano radicalmente la vita quotidiana.

Questo processo, però, non cancella le contraddizioni. Il divario territoriale resta, l’emigrazione diventa per milioni di italiani l’unica via di uscita, l’analfabetismo rimane diffuso. L’Italia industriale convive a lungo con un’Italia agricola e povera, e anche durante il fascismo, nonostante la forte spinta alle opere pubbliche e all’intervento dello Stato nell’economia, i nodi strutturali non vengono sciolti.

Dal dopoguerra al boom economico in Italia

La vera accelerazione definitiva arriva dopo il 1945. «Ed è solo con la fine della Seconda guerra mondiale, nel 1945, che l’Italia imbocca definitivamente la strada dello sviluppo», scrive Farese, sottolineando come la crescita del dopoguerra sia il risultato dell’intreccio tra fattori internazionali e scelte politiche interne.

Il secondo Dopoguerra apre una fase nuova, in cui fattori interni e internazionali si intrecciano: la democrazia riconquistata, il Piano Marshall, l’apertura dei mercati, la cooperazione europea, la disponibilità di manodopera e una forte capacità progettuale pubblica.

È l’Italia delle autostrade, delle dighe, delle grandi opere idrauliche, delle metropolitane, delle reti energetiche. Un Paese che costruisce e, costruendo, cresce. Il miracolo economicoin Italia tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta sorprende molti osservatori, ma come ricorda Farese non nasce dal nulla: attinge a una riserva di competenze, di imprenditorialità e di energie sociali che erano rimaste a lungo compresse.

È il Paese dove viene costruita l’Autostrada del Sole (una delle opere celebrate nella Mostra Evolutio), l’Italia delle grandi dighe e centrali idroelettriche, l’Italia dove comincia a svilupparsi la rete ferroviaria e il sogno dell’alta velocità.

Una potenza industriale capace di realizzare grandi opere pubbliche anche all’estero e di affermare il proprio know-how in contesti complessi. In questo contesto i progetti infrastrutturali non sono più solo strumenti di sviluppo interno, ma diventano un linguaggio con cui il Paese si presenta al mondo.

Evolutio tra le mostre a Milano: costruire infrastrutture diventa racconto

È proprio questo intreccio tra infrastrutture, sviluppo e identità nazionale che la mostra Evolutio, inaugurata l’11 febbraio a Milano al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci, porta al centro della narrazione.

Evolutio non racconta infatti le grandi opere civili come episodi isolati, ma come parte di un processo lungo, collettivo, che ha trasformato l’Italia da Paese marginale a protagonista dello sviluppo industriale globale.

Centrali idroelettriche, ferrovie, reti energetiche, infrastrutture urbane diventano tracce materiali di una storia economica e sociale che continua a parlare al presente. Guardare a quel passato, suggerisce infatti Farese, non significa indulgere nella nostalgia, ma capire come le scelte infrastrutturali abbiano inciso sulla capacità di crescita, sulla coesione territoriale e sulla qualità della vita.