Il dividendo sociale delle infrastrutture: Massimiliano Valerii interviene in Evolutio

Nel libro Evolutio, edito da Rizzoli, il direttore generale di Censis Massimo Valerii spiega perché gli investimenti nelle opere pubbliche sono cruciali per la modernizzazione, la crescita economica e la coesione sociale.

Strumenti di coesione sociale, di sviluppo economico, di integrazione culturale. Le infrastrutture sono state e sono tutto questo. Nel passato come nel presente, il loro compito non è solo quello di soddisfare un bisogno (il trasporto, la corrente elettrica, l’approvvigionamento idrico, ecc.), ma anche la capacità di trasformarsi in acceleratori della crescita collettiva.

Una dimensione meno visibile, ma più decisiva, che accompagna ogni grande intervento sul territorio. È questo il filo che attraversa l’intervento di Massimiliano Valerii, sociologo e direttore generale del Censis, pubblicato nel volume Evolutio. Building the future for the last 120 years.
Il libro, edito da Rizzoli e promosso da Webuild, racconta come le grandi opere civili realizzate dal Gruppo Webuild in oltre 100 anni di storia abbiano contribuito alla crescita delle società, e partecipa al lancio di Evolutio – For 120 years we have been building infrastructure for the future, la mostra promossa da Webuild che apre l’11 febbraio a Milano presso il Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci e sarà visitabile fino al 7 aprile.

Nel suo contributo, Valerii sposta lo sguardo: le infrastrutture leve di crescita economica, così come dispositivi di fiducia collettiva, capaci di incidere sull’immaginario di un Paese e sulla sua capacità di guardare avanti. «Le infrastrutture connettono le persone: sono la realizzazione dei loro sogni», scrive Valerii, indicando una chiave di lettura che va oltre la tecnica e tocca la dimensione più profonda del vivere insieme.

È questo anche il messaggio raccolto all’interno del Museo virtuale di Evolutio (www.evolutio.museum), uno dei primi musei virtuali al mondo dedicato al settore delle infrastrutture all’interno del quale è possibile accedere al vasto archivio storico del Gruppo Webuild che racconta proprio come le grandi opere hanno contribuito allo sviluppo della società, in Italia e all’estero.

Dalla paura al progresso: quando le opere pubbliche uniscono

Valerii apre il suo ragionamento con un paradosso storico: perfino un’infrastruttura può essere accusata di aver acceso conflitti, come accadde con la ferrovia Berlino-Baghdad alle soglie della Prima guerra mondiale. Ma la lezione vera, osserva, è un’altra. Non sono le opere pubbliche a generare i conflitti, bensì le paure degli uomini. Le infrastrutture, al contrario, nascono per unire, non per dividere.

È una narrazione che affonda le radici nel mito. Come Prometeo che ruba il fuoco agli dèi per donarlo agli uomini, l’ingegno umano si manifesta nella capacità di superare i limiti, di trasformare il rischio in possibilità. Le grandi opere civili, scrive Valerii, rinnovano questa mitologia moderna: «Una linea di confine da spostare continuamente in avanti», una tensione permanente verso l’emancipazione.

Di conseguenza, la frontiera non è più un margine invalicabile, ma una soglia da attraversare. È così per la conquista del West americano, resa possibile non solo dall’ambizione, ma anche dai binari della ferrovia che attraversavano territori sconfinati. È così per le bonifiche nelle aree paludose italiane, dove le infrastrutture hanno strappato terre alla malaria e all’abbandono, trasformando luoghi inospitali in spazi di vita e lavoro.

Valerii. È forse la sintesi più efficace del significato profondo delle infrastrutture: materializzare in opere stradali, in un ponte, in una galleria scavata nella roccia ciò che definisce la condizione umana.

Costruire infrastrutture: il moltiplicatore invisibile dello sviluppo economico

Che le infrastrutture siano l’ossatura dell’economia moderna è un dato acquisito, ma Valerii insiste su un aspetto spesso sottovalutato: il loro effetto moltiplicatore. Le opere pubbliche attivano filiere produttive, creano occupazione, stimolano l’innovazione tecnologica, attraggono capitali privati. Una volta operative, riducono i costi di trasporto, rendono più efficienti le catene logistiche, rafforzano la competitività delle imprese.

Ma c’è di più. Le reti stradali, ferroviarie e digitali sono strumenti essenziali di coesione sociale e territoriale. Contrastano lo spopolamento delle aree periferiche, sostengono lo sviluppo economico locale, costruiscono un tessuto connettivo fatto di maglie corte e assi lunghi. È qui che si genera quello che Valerii definisce il vero “dividendo sociale” dell’investimento infrastrutturale.

L’esperienza italiana: crescita economica, inclusione, mobilità sociale

Questa dinamica è scritta nella storia della crescita italiana. Dalla ricostruzione del Dopoguerra al miracolo economico degli anni Cinquanta e Sessanta, l’intensa infrastrutturazione del territorio ha accompagnato una straordinaria traiettoria di crescita economica e inclusione sociale.

In quegli anni, ricorda Valerii, l’ascensore sociale entrò davvero in funzione: la promessa che i figli sarebbero stati meglio dei padri sembrava mantenuta. Scuole, ospedali, reti idriche ed energetiche, trasporti marittimi e aerei: senza questo impetuoso sviluppo infrastrutturale, la ripresa economica e la modernizzazione del Paese non sarebbero state possibili. Eppure, nei decenni successivi, il ritmo degli investimenti rallentò, accumulando ritardi e inefficienze, con effetti ancora visibili nei divari territoriali, in particolare tra Nord e Mezzogiorno.

Oggi, osserva Valerii, siamo entrati in una stagione diversa. La globalizzazione come paradigma unico è in fase di ripensamento, e i territori tornano al centro dell’attenzione. Senza capitale infrastrutturale, un Paese «illanguidisce, non progredisce». Le nuove sfide (sicurezza energetica, decarbonizzazione, transizione digitale, adattamento climatico) rendono urgenti infrastrutture capaci di rispondere a bisogni emergenti e obiettivi strategici nazionali ed europei.

In questo scenario, le grandi imprese di costruzione giocano un ruolo decisivo: competenze tecniche e scientifiche avanzate, innovazione nei materiali e nei processi, standard di sicurezza sempre più elevati, attenzione alle compatibilità ambientali e paesaggistiche. Non solo funzionalità, ma anche estetica come valore, perché le grandi opere, scrive Valerii, «sono sempre più belle, capaci di risvegliare un orgoglio identitario spesso sopito».

Infrastrutture come immaginario condiviso

Il miracolo di un’infrastruttura di successo non è solo economico. È anche simbolico. Migliora la qualità della vita, rafforza la competitività, ma agisce anche su una dimensione immateriale: cuori e menti delle persone. «Una grande opera va considerata come un dispositivo simbolico dell’immaginario collettivo», osserva Valerii.

Ponti, metropolitane, porti, dighe, reti energetiche e digitali sono opere pubbliche che uniscono le persone, muovono le merci, fanno circolare le idee. Ogni chilometro costruito, ogni cavo posato, diventa un tassello del progetto collettivo di un Paese che costruisce, connette e innova. È così che si incassa il dividendo sociale dell’investimento in infrastrutture. Ed è così, conclude Valerii, che si disegna l’Italia del futuro.