In un momento in cui è forte la preoccupazione per alcune rotte marittime e scali strategici, la centralità dei porti non è solo un tema di programmazione infrastrutturale ma anche una questione di sicurezza economica. La geografia invisibile che oggi tiene insieme le economie globali ha infatti confini disegnati dal trasporto marittimo e avamposti che coincidono con le grandi infrastrutture capaci di movimentare le merci.
In questa geografia, i porti non sono più semplici punti di approdo, ma piattaforme di potere economico. Per l’Italia, questa trasformazione ha un significato particolare. Collocata al centro del Mediterraneo, crocevia naturale tra Europa, Africa e Asia, la penisola possiede una delle reti portuali più articolate del continente. Ma oggi la sfida non è più solo geografica: è sistemica.
Nel 2024 i porti italiani hanno movimentato circa 480,7 milioni di tonnellate di merci, oltre 11,9 milioni di TEU e più di 73 milioni di passeggeri. Numeri che confermano il ruolo dell’Italia tra i principali sistemi portuali europei e mediterranei.
Dietro questi dati c’è un elemento strutturale: oltre 300 miliardi di euro di import-export italiano viaggiano via mare. I porti sono quindi la vera porta economica del Paese, il punto in cui si incrociano commercio internazionale, industria ed energia.
Il dato emerge dal dossier speciale di Aspenia dal titolo “Infrastrutture intelligenti. Una visione strategica per lo sviluppo dell’Italia”, che dedica un capitolo proprio ai porti italiani e al loro ruolo non solo sulla supply chain, ma sugli equilibri geoeconomici dell’Europa.
La nuova competizione del trasporto marittimo: meno scali, più efficienza
Negli ultimi vent’anni il trasporto marittimo è cambiato radicalmente. Le navi sono diventate più grandi, le alleanze tra armatori si sono rafforzate, le rotte marittime sono state razionalizzate. Il risultato è una logistica più selettiva, con la presenza di meno scali, ma più efficienti.
Questo significa che i porti competono su un terreno nuovo. Non basta più avere banchine performanti, ma serve un ecosistema logistico capace di garantire velocità, affidabilità e connessioni con l’entroterra. In altre parole, la partita si gioca sull’intermodalità, intesa come leva di un vantaggio competitivo.
Secondo il dossier di Aspenia, il costo della logistica incide tra l’8% e il 12% sul valore finale delle merci nei paesi avanzati, con una quota significativa che dipende dal trasporto terrestre. È qui che entra in gioco la ferrovia. Le stime mostrano che l’integrazione strada-ferrovia può ridurre i costi della logistica del 10-20%, migliorando allo stesso tempo la prevedibilità dei tempi di consegna.
Non è solo una questione economica, ma anche ambientale: il trasporto ferroviario produce emissioni di CO₂ significativamente inferiori rispetto alla gomma, con benefici che diventano cruciali nell’era della transizione energetica. In questo scenario, un porto connesso alla rete ferroviaria non è più un terminale costiero, ma un hub continentale.
Trieste, Genova, Gioia Tauro: tre modelli per i porti italiani
Alcuni porti italiani mostrano già cosa significa trasformare la geografia in potere economico.
Trieste ha costruito la propria competitività puntando sulla ferrovia: nel 2024 circa il 54% dei container è stato movimentato su rotaia, una delle quote più alte in Europa. Genova e La Spezia rappresentano invece la porta naturale del sistema produttivo del Nord Italia, con una funzione strategica legata ai collegamenti verso i valichi alpini e l’Europa centrale.
Gioia Tauro, infine, con circa 4,5 milioni di TEU movimentati, è uno dei principali hub di transhipment del Mediterraneo, una piattaforma globale che può evolvere verso una maggiore integrazione con il territorio.
Tre modelli diversi, ma una stessa direzione: trasformare i porti in nodi avanzati delle catene del valore e delle supply chain.
Dal porto per la logistica al “Porto 6.0”
I porti stanno quindi diventando ecosistemi complessi, definiti come “Porto 6.0”, ovvero piattaforme integrate dove convergono logistica avanzata, digitalizzazione, energia e industria. Non solo trasporto merci, quindi, ma produzione e distribuzione di energia, cold ironing, nuovi combustibili come idrogeno e metanolo, servizi ad alto valore aggiunto.
In prospettiva, si parla già di “Porto 7.0”, con l’integrazione di infrastrutture sottomarine per dati ed energia, cavi digitali e sistemi di monitoraggio dei fondali. È il passaggio da infrastruttura a piattaforma geopolitica, dove proprio il Mediterraneo non è più soltanto una rotta di passaggio, ma uno spazio competitivo.
Per i porti italiani, quindi, la sfida è chiara: non aumentare solo i volumi, ma trattenere valore lungo le catene logistiche. A cominciare proprio da Genova.
Genova e la nuova diga foranea: riscrivere le regole del porto
È qui che entra in gioco uno dei progetti più ambiziosi in Europa: la nuova Diga Foranea di Genova, realizzata dal consorzio PerGenova Breakwater, guidato dal Gruppo Webuild.
L’infrastruttura nasce da una necessità precisa: adattare il porto all’evoluzione dello shipping globale. Le grandi navi portacontainer richiedono fondali più profondi, spazi più ampi e manovre più sicure e la nuova diga sposterà verso il largo la protezione del porto, consentendo l’accesso alle navi di ultima generazione e aumentando la capacità operativa dello scalo.
Genova potrà così rafforzare il proprio ruolo di gateway del Nord Italia e dell’Europa centrale, intercettando traffici che oggi si dirigono verso altri hub mediterranei o del Nord Europa.
Ma soprattutto, la diga foranea si inserisce in una visione più ampia: quella di un sistema portuale integrato con le grandi infrastrutture terrestri, a partire dal Terzo Valico dei Giovi, l’alta velocità ferroviaria che collegherà Genova a Milano e da lì con l’Europa.