Una rotta che si blocca, un porto che rallenta la sua attività, un flusso autostradale che viene interrotto, uno stretto che diventa improvvisamente instabile. È proprio quando le infrastrutture sono messe in difficoltà da eventi globali che l’economia mostra i suoi legami profondi con le infrastrutture.
Il conflitto esploso nel Golfo Persico, come già la pandemia del Covid-19 o la guerra in Ucraina, ha reso evidente questa realtà. I grandi flussi su cui si regge il commercio internazionale non sono automatici né garantiti, ma dipendono da passaggi obbligati, da punti nevralgici che concentrano traffici, interessi e tensioni. Lo Stretto di Hormuz è uno di questi, uno dei più congestionati e osservati al mondo, e la sua vulnerabilità racconta qualcosa di più generale: i collegamenti che diamo per scontati possono diventare fragili.
Eppure, proprio in questa fragilità si nasconde la chiave per comprendere la centralità dell’Unione Europea nell’economia globale. Perché se il mondo è una rete, l’Europa è uno dei suoi nodi più densi, più articolati, più strutturati. Non lo è per dimensione territoriale o per dinamica demografica, ma per qualcosa di più profondo: la qualità e l’integrazione delle sue infrastrutture.
Una verità raccontata e approfondita nel numero speciale di Aspenia “Infrastrutture intelligenti”, dove l’analisi dell’impatto delle grandi opere pubbliche comincia proprio dal ruolo dell’Europa nel nuovo contesto geopolitico globale.
«Le infrastrutture – scrivono Marta Dassù e Roberto Menotti nel testo introduttivo al numero speciale di Aspenia – sono una leva per la crescita economica e per lo sviluppo, ma diventano ora qualcosa di ancora più prezioso: uno strumento sia attivo sia difensivo per affrontare la competizione geoeconomica, a livello nazionale e in cooperazione con i paesi alleati».

