Con oltre 92.000 dighe, gli Stati Uniti possiedono la seconda più grande rete di dighe al mondo, subito dopo la Cina, che ne conta circa 94.000. È un patrimonio infrastrutturale imponente, spesso invisibile al grande pubblico, ma essenziale per il funzionamento quotidiano del Paese: produzione di energia, approvvigionamento idrico, protezione dalle alluvioni causate dal cambiamento climatico e sicurezza delle comunità a valle.
Questi numeri portano con sé una responsabilità altrettanto grande. Secondo la Report Card 2025 dell’American Society of Civil Engineers (ASCE), quasi 17.000 dighe statunitensi sono oggi classificate ad alto rischio, ovvero strutture il cui eventuale cedimento potrebbe causare perdite di vite umane e danni significativi alle proprietà e alle infrastrutture critiche a valle. È un dato che sposta il tema delle dighe da questione tecnica a priorità nazionale.
Urbanizzazione e cambiamenti climatici: le nuove sfide delle dighe statunitensi
La sfida non riguarda solo il numero delle dighe, ma la loro età e il contesto in cui operano. Negli Stati Uniti, l’età media delle dighe supera i 60 anni, e si stima che sette dighe su dieci abbiano ormai superato o stiano per superare la soglia dei 50 anni.
Molte di queste strutture sono state progettate in un’epoca in cui le condizioni climatiche erano più stabili, la popolazione urbana a valle era significativamente inferiore, gli obiettivi di sicurezza e monitoraggio erano diversi da quelli attuali.
L’aumento degli eventi meteorologici estremi a causa della crisi climatica, la crescita urbana nelle aree a valle e le limitazioni intrinseche di progetti obsoleti stanno amplificando i rischi e i costi di gestione.
Secondo l’ASCE, il costo di manutenzione, ammodernamento e riparazione delle dighe è cresciuto in modo significativo dall’inizio del XXI secolo. Un elemento puntualizzato anche dall’Association of State Dam Safety Officials (ASDSO), secondo cui le infrastrutture sotto controllo statale o privato richiederebbero oltre 165 miliardi di dollari per essere riabilitate.
InSAR: dai satelliti l’analisi puntuale sullo stato delle infrastrutture idriche
Nel frattempo sono stati introdotti strumenti più avanzati per il controllo e la sicurezza, come i radar e il monitoraggio satellitare, che hanno permesso di individuare movimenti millimetrici in numerose dighe statunitensi.
Uno studio presentato alla riunione annuale dell’American Geophysical Union e ripreso il 2 gennaio scorso dal Washington Post, ha mostrato come tecnologie tipo l’InSAR (Interferometric Synthetic Aperture Radar) possano rilevare, attraverso la tecnica interferometrica, deformazioni sottili ma persistenti, offrendo un utile sistema di allerta precoce.
La ricerca, che analizza 41 grandi dighe idroelettriche in 13 stati, cita tra gli altri la Livingston Dam in Texas, un’infrastruttura lunga oltre quattro chilometri classificata ad alto rischio, dove i dati satellitari indicano movimenti verticali dell’ordine di alcuni millimetri all’anno. A questa si aggiunge la Roanoke Rapids Dam in North Carolina, dove sono stati osservati fenomeni di assestamento differenziale.
I ricercatori sottolineano che tali misurazioni non implicano un pericolo imminente, ma rappresentano segnali utili per orientare ispezioni approfondite e interventi mirati.
Anche perché, oggi, si stanno imponendo nel mondo nuovi standard. Non si guarda più solo o principalmente al progetto e alla costruzione di una diga e, una volta realizzata, alla sua manutenzione. L’attenzione, infatti, si è spostata sull’affidabilità complessiva e duratura dell’infrastruttura, partendo dai singoli materiali utilizzati, dalle tecnologie di controllo, dalla tutela dell’interesse pubblico, dalla previsione e gestione di emergenze, fino all’amplificazione dei benefici per le comunità interessate.
Dighe sicure per un futuro sostenibile
Nell’ambito del settore idroelettrico e del suo sviluppo negli ultimi cento anni, il Gruppo Webuild ha scritto pagine nuove e definito modelli inediti, con un totale di 319 dighe e impianti idroelettrici costruiti, per una capacità energetica complessiva di 58.809 MW.
Tra questi, alcuni dei più grandi al mondo come la Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), inaugurata in Etiopia il 19 settembre del 2025.
Progettata e realizzata da Webuild, GERD è un’opera dalle dimensioni straordinarie e di una complessità ingegneristica senza precedenti. La sua capacità energetica (la diga da sola è in grado raddoppiare la produzione del Paese) assicura un considerevole impatto economico e sociale per l’Etiopia, che oltre a poter soddisfare il proprio fabbisogno energetico, è oggi in grado di esportare energia idroelettrica verso Sudan, Gibuti, Kenya e Tanzania.
La costruzione di GERD racconta l’esito di una visione di lungo periodo sposata da un Paese che ha deciso di puntare sulla transizione energetica per uno sviluppo sostenibile, come sta accadendo in molti altri Paesi nel mondo, a partire dall’Australia.
Sostenere la costruzione e la manutenzione di grandi centrali idroelettriche offre una risposta agli alti e bassi dell’approvvigionamento energetico, attraverso una tecnologia sostenibile che usa la forza della natura per produrre benessere.